Altromare Oltremare

È sicuramente un momento di grazia per Miranda Gibilisco, artista fotografa, innovativa e con- trocorrente. Dopo la prolifica mostra allestita nel complesso monumentale di San Gennaro All’Olmo a Napoli, eccola presentarci, nella sede dell’Istituto di Cultura Italiana di Atene, una straordinaria serie di lavori, in gran parte inediti, che scaturiscono direttamente da un insieme di riflessioni che hanno preso l’avvio dalla personale Un mare di bene, svoltasi a Pescara e Brescia nel 2012. Partendo da un riassetto ideologico del suo operato, ci pone dinanzi ad un’accurata scelta d’immagini che ristabiliscono, rites- sendo la trama del discorso intrapreso in precedenza sul mare, dei semplici ma efficaci parametri di lettura. Questa è la considerazione basilare per approcciare direttamente alcune fondamentali osservazioni, frutto di semplicità discorsiva e straordinaria linearità iconografica; supportate nello stesso tempo da una ricerca strutturale personalissima. L’attrazione irrefrenabile che Miranda ha per la natura si palesa totalmente quando l’oggetto del racconto è il mare o, per meglio dire, i mari. Non si accontenta di fotografare solo il Mediterraneo della sua Sicilia, ma ci propone una vastità di scatti che spaziano dalle acque della Groenlandia a quelle della Turchia, dai marosi della Scozia a quelli del Canada. In queste peregrinazioni dal sapore quasi mistico, non dimentica di annotare quanto la presenza dell’acqua, in tutte le sue forme, condizioni la natura tutta, riconfermandosi peraltro come la suprema rappresentante. Le trasformazioni che esercita sugli elementi, modificandoli e trasformandosi essa stessa, la rendono contemporaneamente artefice del cambiamento e risultato stesso. Genesi ed epilogo di un racconto unico e variegato. Questo intangibile ciclo altro non è che la metafora della vita. Racconto caro alla Gibilisco che, senza mai mostrarci la benché minima presenza umana, non smette mai di narrarci tutto quello che di più umano possa esserci.

Nascono così opere che, oltre a raccontare in un dettagliato naturalismo il perenne equilibrio e la convivenza logica degli elementi fotografati, scandiscono, attraverso le emotività insite nelle stesse, l’eterno divenire del nostro pensiero. Tutto diventa fonte di riflessione. In un contesto perfettamente bilanciato tra un altalenante susseguirsi di acquisite certezze, riesce a insinuare il seme del dubbio. Eccoci ancora una volta costretti a ritrovare la strada smarrita. Ancora una volta nuotare in un altro- mare dove il desiderio di orizzonti indistinti ci spinge a cercare la terra promessa oltremare. Le forti valenze simboliche degli scatti e le variegate emotività da esse generate ci accostano a una fruizione strettamente personale dai risvolti intimi e riservati; i lavori diventano veri e propri diari. Non ci sono parole scritte ma solo il rincorrersi di una moltitudine di emozioni che filtrano attraverso una precisa scelta d’inquadrature. Immagini che definirei parlanti. Le vibrazioni sonore e le performance danzate, che fanno da accompagnamento alle sue istallazioni e che diventano a loro volta video-istallazioni, sono le tessere mancanti che vanno a completare il mosaico di questo diario immaginato. Suoni e azioni che nascono da una scelta univoca: dar voce alle creazioni dell’artista e restituire quel moto inesorabile scandito dal succedersi delle maree, dall’alternarsi delle stagioni, da una natura in continuo divenire.

Nulla è affidato al caso, ovvero tutto è volontariamente – naturalmente casuale, come casuale è la natura che, manifestandosi nella sua imprevedibilità, riesce a stupirci ponendoci a volte davanti ad un qualcosa che ha tutte le caratteristiche di un dono. Non tutti però riescono a usufruire di questo regalo. Molto spesso queste manifestazioni si stemperano distrattamente, più o meno lentamente svaniscono, così come si sono materializzate, senza lasciar traccia di sé. Nessuno sembra accorgersi di loro e di quanto abbia del miracoloso la rassicurante “imprevedibile normalità” del creato. Proprio in questi brevi spazi temporali si colloca questo lavoro. Con pazienza certosina Miranda resta in attesa di fotografare o,

forse, è meglio dire ricevere, quel dono tanto atteso, quel carpe diem che è pietra miliare di tutto il suo fare. Centinaia di scatti che dopo attente valutazioni si riducono drasticamente. Solo pochissimi, qualche decina, diventano strumenti incontrastati e fondanti nel trascrivere, in un gioco di metafore, quanto di più intimo è insito nell’animo umano. È la genesi del suo racconto che, partendo dall’immagine stessa, si trasforma e prende corpo attraverso un minuzioso lavoro, affiancandosi a una rigorosa scelta stilistica e strutturale.

I suoi squarci di mondo, inseriti a volte all’interno di elementi architettonici apparentemente innocui, si caricano di una valenza straordinaria riuscendo a sovvertire i messaggi codificati delle strutture stesse. La natura non solo benigna, e non solo portatrice di confortanti messaggi, si trasforma in potente motore d’indagine. Le certezze assolute vacillano, nulla è consacrato a una verità perenne. Tutto è suscettibile di cambiamento, di trasformazione. Tutto diventa “naturalmente relativo”. I piani di lettura ancor più sottili e ambivalenti lasciano sempre più margine alle certezze del dubbio. Nascono immagini stampate su supporti trasparenti che, secondo le esigenze narrative e spaziali, si modellano, si sdoppiano o si ricompongono ridisegnando di volta in volta effimeri volumi differenti. Archetipi che, amplificando nello specifico il pensiero della loro creatrice, silenziosa testimone dell’incontenibile mutevolezza del pensiero umano, ci permettono di avvicinarci a quella natura in cui la possibilità di accedere è affidata alla nostra volontà di partecipare. Opere sicuramente sorprendenti, è semplicissimo accostarvisi e diven- tarne complici. Di considerevoli dimensioni, si modellano quasi sulla nostra pelle, sia per la sottigliezza del supporto che per la sinuosità con la quale vengono di volta in volta presentate. Istallazioni quasi eteree, in cui il camminare e il guardare modificano lentamente ma costantemente le loro valenze per- cettive e sensoriali. Ognuno può ritagliarsi il proprio personale “spazio naturale”. Così, in un altalenante gioco di partecipazioni tra il dare e il ricevere, ci ritroviamo a nostra insaputa imprigionati in questo mare d’immagini. Colori pallidissimi che a tratti si accendono di luce vivissima, onde marine che si frantumano in un’infinita gamma di bagliori, superfici setose di sponde cristalline, fondali pietrosi e vegetazioni acquatiche in fluorescente movimento. Tutti particolari che, ingigantiti, rivelano un’innumerevole gamma di tessiture. Scelte mirate al fine di evidenziare campiture di materia e colore che, estrapolate dalla scomposizione delle inquadrature, vanno a sfiorare cromatismi cari agli impres- sionisti, riconducendoci a un naturalismo concettuale contrassegnato a tratti da contenuti squisitamente pittorici.

Questo registro fotografico innovativo che rende Miranda unica nel suo genere, in cui l’immagine non è più legata al suo destino, ma raccoglie in eredità la mutevolezza dei nostri pensieri, interagendo con essi, la pone sicuramente tra le artiste più eclettiche del panorama contemporaneo, riuscendo peraltro a mostrarci con estrema leggerezza le infinite vie che conducono a una visione possibilista dell’esistenza umana.

Mariano Cipollini