Luce e forma

The passion caused by the great and the sublime in nature, when those causes operate most powerfully, is Astonishment; and astonishment is that state of the soul, in which all its motions are suspended, with some degree of horror.

Edmund Burke

Il trattato A Philosophical Enquiry into the Origin of Our Ideas of the Sublime and Beautiful pubblicato da Edmund Burke nel 1757, è un’opera che, seppur breve, ha giocato un ruolo di primaria importanza nella formazione dell’estetica romantica. Il testo – insieme ad altri come l’Analisi del Sublime scritta nel 1790 da Immanuel Kant – è infatti alla base della teoria Romantica del pittoresco e del sublime. Oltre due secoli e mezzo dopo la sua pubblicazione, le medesime concezioni che uniscono natura e arte, ambiente naturale e la percezione che di esso ne ha la mente umana sono magistralmente espresse nelle fotografie di paesaggio di Miranda Gibilisco.

La sensibilità artistica e naturalistica di Miranda risale agli anni giovanili passati a Siracusa, nella nativa Ortigia. Anche se l’isola è stata densamente popolata e urbanizzata fin dai primi insediamenti greci, Miranda ha sempre dimostrato una spiccata passione per gli spazi aperti, che poteva godere dall’alto delle terrazze che dominavano e tuttora dominano il mare antistante alla città vecchia. Il desiderio di scoprire, vedere in prima persona una natura se non incontaminata quanto meno appena sfiorata dall’uomo, ha fatto nascere in Miranda la passione per ambienti poco conosciuti, inusitati, che divengono poi lo spunto dei suoi racconti fotografici. È questo l’altro grande amore di Miranda Gibilisco che dopo un incontro quasi fortuito – come spesso accade – con la fotografia, è rimasta affascinata dalle potenzialità del medium artistico.

Benché queste foto nascano da una precisa visione estetica e filosofica della realtà naturale, non possono tuttavia dirsi romantiche o neo-romantiche in senso stretto. La profonda conoscenza della storia dell’arte e dei suoi maestri ha permesso all’artista di introiettare, far proprie esperienze artistiche del passato per poi rielaborare e sviluppare un proprio linguaggio espressivo supportato dai moderni mezzi della tecnica. All’occhio attento dello spettatore artisticamente educato non possono sfuggire gli echi delle marine di J. M. W. Turner o i paesaggi di J. Constable tuttavia, al medesimo modo in cui le lingue, spesso originate da un ceppo comune, si evolvono e sviluppano in nuovi idiomi in sé stessi compiuti, nondimeno i riferimenti a movimenti artistici del passato rimangono pressoché solo reminiscenze di un linguaggio che, nelle sue continue evoluzioni e sviluppi è giunto fino ai giorni nostri.

Come lo stesso Edmund Burke ha scritto: “È vero che i caratteri della natura sono leggibili, ma non sono abbastanza chiari da decifrare per chi ha fretta”. La citazione definisce perfettamente il ruolo delle opere di Miranda Gibilisco. Per mezzo delle sue fotografie dimostra una profonda conoscenza degli elementi naturali, cattura con ogni singolo scatto una sfaccettatura diversa della realtà, mostrando in tal modo all’osservatore nuovi aspetti del mondo naturale.

Lo scopo principale di Miranda è di catturare l’anima dei paesaggi che ritrae, il genius loci in senso classico, ovvero non solo l’atmosfera ma anche l’entità naturale – o soprannaturale – di un luogo frequentato dall’uomo. La natura ritratta da Miranda Gibilisco è infatti quasi sempre umanizzata. Benché l’artista decida scientemente di escludere dai propri lavori qualunque traccia della presenza dell’uomo, è pur vero che per il fatto stesso di aver raggiunto un determinato luogo – sia esso il deserto siriano o i ghiacci della Groenlandia – si dà per implicita una presenza umana. Con ciò non s’intende una natura addomesticata, benché antropizzata, ma una che conserva inalterata la propria forza. L’artista desidera entrare in contatto diretto con gli elementi. Questa solitudine, che in taluni casi è apparente, permette tuttavia un dialogo serrato con l’ambiente che genera sensazioni ed emozioni difficilmente rilevabili nelle città sovraffollate del mondo moderno. Le immagini diventano dunque icone e proprio come le raffigurazioni religiose hanno la funzione di far comunicare due realtà totalmente distinte: l’uomo comune difficilmente avrà la possibilità di visitare le regioni artiche, ma potrà tuttavia provare quel senso di annichilimento che si ha di fronte al terribile spettacolo degli elementi proprio grazie ai lavori di Miranda Gibilisco.

Il fascino delle situazioni estreme è un’altra caratteristica imprescindibile in questi lavori. Il freddo pungente del Polo che rischia di compromettere i delicati obiettivi, le sabbie del deserto, la salsedine che riga le lenti, tutte queste difficoltà tecniche stimolano non solo la sfida della scienza con gli elementi ma anche quella dell’artista con sé stessa. Cosciente della propria debolezza nei confronti di una natura maestosa, Miranda rivolge la propria attenzione su di sé, dimostrando una notevole padronanza sia della propria persona sia del mezzo tecnico. Fotografare iceberg galleggianti, con luci quasi radenti richiederebbe immobilità e lunghi tempi d’esposizione; Miranda invece cattura i suoi soggetti in movimento, dal ponte di un battello con l’obiettivo aperto al massimo in modo da usare tutta la luce a disposizione e catturare anche i minimi particolari. È la luce ad essere l’elemento centrale nei lavori che ammiriamo, essa diventa il colore con cui l’artista dipinge le proprie composizioni. Grazie alla luce infatti il soggetto viene rilevato, descritto, delineato, accentuato. I soggetti fotografati sono scelti anzitutto per le sensazioni che suscitano nell’osservatore ma anche per gli effetti di luce e ombra che li caratterizzano. Miranda, con grande pazienza e tenacia, torna spesso sui propri passi, fotografando più volte nell’arco della giornata il medesimo paesaggio, in modo da astrarre il soggetto dalla sua dimensione spazio-temporale. Le forme stesse non si riferiscono più all’oggetto in questione – duna, roccia, montagna o ghiacciaio – ma a ciò cui esse rimandano. L’artista dunque interpreta mentalmente i soggetti che ritrae: una duna può facilmente diventare la metafora del corpo femminile, flessuoso, sinuoso, dolcemente accarezzato dal vento. Anni d’intensa pratica hanno insegnato a Miranda Gibilisco non solo a guardare ma a vedere la realtà per come essa è, ovvero un coacervo apparentemente disordinato di forme geometriche, che è poi compito dell’osservatore ricomporre ed interpretare.

Cos’è in fondo il mondo che ci circonda se non luce e forma?

Alessandro Lorenzetti