Il canto vento di sabbia

Miranda Gibilisco è andata nel deserto ad aspettare il vento, il canto di sabbia. Non è partita per un viaggio esotico, le immagini tracciano i segni di presenze del vento e le morbidezze di sabbia. La determinazione che l’ha condotta nel deserto, non è la curiosità, ma l’appartenenza ad uno spazio vuoto, il tempo della sabbia, il deserto come il vento hanno costituito il suo immaginario. Ha cercato quello che si vede, non con gli occhi e neppure, quello che la gente vuol vedere, le sue immagini nessuno le ha mai vedute. La forza delle foto del deserto di Miranda mi ha spinto a rileggere il poeta Edmond Jabès, che ho avuto l’avventura di conoscere, l’ho incontrato diversi anni fa a Roma. Jabès poeta egiziano ebreo di origine italiana dovette lasciare drammaticamente nel 1957 l’Egitto, era nato a Il Cairo nel 1912, si trasferì a Parigi accolto da Philippe Soupault e da un gruppo di poeti e intellettuali, scrittori surrealisti. Perché Jabès? Jabès scrive sulla pagina bianca come avrebbe scritto un profeta antico sulla sabbia e su una pergamena preziosa.
Nella cultura occidentale il deserto è un luogo privo di vita, pericoloso, spazio insidioso, al contrario nella Bibbia e per il popolo ebraico, il deserto rappresenta il passaggio e il cambiamento, quando la coscienza e la volontà degli uomini diventano forza di crescita e di miglioramento. Come nel deserto gli uomini affrontano l’ignoto e il dolore, il mistero della vita è un deserto, l’occasione di progredire e di emanciparsi, nel superamento della paura, delle abitudini, delle convenzioni, delle vecchie forme di schiavitù, dei conformismi, per raggiungere una libertà libera.
E’ impressionante come l’artista sia capace di inventare un linguaggio nuovo in epoche le più diverse. In due viaggi nel deserto la fotografa ha colto lo spazio mutevole della natura, la voce del vento, le forme cangianti eterne di sabbia, luci e ombre plasmate come un’ opera che non cesserà di mutare. E’ la realtà di un sogno il deserto, un paesaggio infinito di sabbia che cambia, si dissolve e rinasce così, come le popolazioni nomadi che arrivano e poi scompaiono. Vedere e non vedere, saper intuire. La sabbia cancella e si ricostruisce. Alcune foto sono state scattate nell’Erg Wankasa altre nell’Erg Murzuq, nelle oasi di Gadr’aun, di Umm-el-Maa e di Mafu. Altre foto sono state scattate ad Akakus, nel deserto della Libia. La fotocamera del digitale è hasselblad. Le foto dell’artista mi hanno fatto attraversare il deserto della Tunisia che da bambino avevo più volte scoperto meravigliato, ricordo le sagome dei gruppi di berberi allungate, con le loro ombre davanti al tramonto.
Dalle immagini di Miranda ritrovo e vedo quel lungo cammino che è stata la mia infanzia, con i suoi bottini carichi di scoperte, sotto il cielo indefinito, azzurro profondo dell’Africa romana. Le bellissime tavole della fotografa artista non hanno in questa mostra scelta, nulla di brillante e di patinato, per sedurre il nostro occhio. E’ come se il Ghibli si dovesse alzare, dopo un nostro risveglio.

“Dans le désert, le sein est une dune. Il fut nourri au sable”.
“Nel deserto, il seno è una duna. Fu nutrito di sabbia”.

Edmond Jabès
El, ou le dernier livre

 

Talvolta si dice che la pittura sembra essere una fotografia, o avere un supporto fotografico, nel caso delle foto del deserto libico a stampa lambda, si colgono i colori e una materia pittorica raffinata. Da dove gli viene l’eleganza di quel patrimonio culturale di immagini e di stile? Ha frequentato il liceo artistico di Catania, Miranda ha sposato giovanissima l’artista Luciano Ventrone, un maestro prodigioso del nuovo Iperrealismo. La sua storia artistica come per molte donne artiste che hanno accettato di vivere con una famiglia tradizionale , gli spazi vitali sono stati sacrificati e limitati. Il suo tempo si racchiude in poche tappe. E’nata a Siracusa il 30 novembre 1953 è cresciuta nel cuore della Siracusa greca, in Ortigia. La sua formazione è avvenuta nel gusto della cultura greca antica. Si pensi al magnifico tempio dorico eretto nel V secolo prima dell’era volgare, dal tiranno Gelone in seguito alla vittoria contro i Cartaginesi, nel VII secolo il tempio venne trasformato in chiesa e attualmente è il superbo duomo della città. Nel cuore dell’isola di Ortigia esiste un monumentale quartiere ebraico, ricco di palazzi e di architetture raffinate che ricordano una presenza storica degli ebrei e di una comunità rigogliosa e importante. Si conserva un mikvé, un bagno rituale di epoca bizantina, uno dei più grandi in Europa. Penso che le tante presenze culturali nella città abbiano avuto una certa influenza nella sua formazione culturale. Aggiungo che le straordinarie immagini del deserto libico, qui esposte per la prima volta, evocano come in un incantesimo la calda voce ricca di tenerezze di Herbert Pagani, artista profeta di una terra ricca di tradizioni e di civiltà stratificate e della comunità ebraica che è stata sradicata violentemente. Herbert ha amato quella terra fino allo struggimento:
“Ma mi hai visto? Ho il ricciolo berbero
Ma mi hai ascoltato?”
Più di chiunque altro le foto di Miranda ci riportano al poeta, artista musicista Herbert Avraham Haggiag Pagani, stella splendente e luce dei deserti del mondo, fino al giorno in cui regnerà la pace, annulando confini, guerre e l’odio.
A Herbert, io penso, in questi viaggi fotografici che noi vediamo del deserto di Miranda Gibilisco, scorgo una bellezza rara nelle sue foto, la bellezza di Herbert il berbero, che annuncia l’arrivo del canto, il vento della pace.

Georges de Canino