RectoVerso

Artista che fa del mondo il suo campo di ricerca. Apolide per vocazione, non oppone resistenza ad utilizzare scatti dalle provenienze geografiche più disparate. Reportage sulle “nature” che ben raccontano quanto i contenuti essenziali sono universalmente patrimonio del genere umano.
Il suo lavoro si sviluppa su duplici registri. Grandi dimensioni, spazi sconfinati da fotografare, dove è evidente l’assenza della presenza umana. Veri e propri reportage che sono premessa essenziale per intraprendere un cammino a ritroso fatto di riletture analitiche e interventi strutturati.
I pezzi di natura che fotografa non sono elementi invisibili, tutt’altro. Non sempre però il guardare è sinonimo di vedere. Difficile cogliere la mutevolezza delle cose e il suo rapido divenire. Espertissima nell’interagire in questi brevi lassi di tempo, riesce con i suoi scatti ad individuare dei nuovi codici espressivi. Così che quello che è ovviamente visivamente in nostro possesso, riproposto dal suo punto di vista, diventa uno spaccato d’inquadrature che tende a focalizzare l’attenzione su immagini dai contenuti subliminali. Queste ultime, una volta catturate, ci riconducono, tra estetismo e teoria della percezione, ad una rielaborazione introspettiva che è mezzo per la comprensione di nuovi linguaggi atti ad allargare i confini della conoscenza.
Miranda installa il gigantesco cactus all’interno del salone della musica, tra decori e stucchi ottocenteschi. Enormi aculei che entrano immediatamente in contrasto con lo spazio per antonomasia salottiero. Ancora un’ennesima sottile provocazione. Quanto ancora atteggiamenti formali e borghesi possono condizionare il nostro giudizio e creare nuovi pregiudizi? Cosa c’è di più ostico da avvicinare se non una spinosa cactacea? Ancora una volta la natura è presa in prestito per ridisegnare una mappa dove tutto ciò che dovrebbe contare non è l’apparenza, ma la sostanza.
A stigmatizzare ancora di più questo concetto, contribuiscono due piccole opere che rappresentano il proseguimento del lavoro operato sugli altari nella mostra di Napoli. Dall’impatto fortissimo, i due scatti non mettono in discussione l’esigenza dell’uomo di ricercare il soprannaturale, ma ne contestano le regole di accesso e ne rivendicano una totale indipendenza d’indirizzo e di azione.
Non a caso, accanto a totem vegetali che si stagliano alti nell’orizzonte, ne contrappone altri di pietra che hanno sfidato i secoli nel testimoniare il passaggio di un’umanità dalle tragiche vicissitudini. Sentieri che conducono direttamente al recupero di una memoria votiva.
Come in un gioco. Con leggerezza ci accostiamo alle sue immagini luminose. Una curiosità infantile ci spinge ad aguzzare lo sguardo per mettere a fuoco i paesaggi desertici luminescenti. Singolari light box. È come guardare in una lanterna magica e tornare indietro nel tempo. Riaffiorano le inquadrature cinematografiche di David Lean e i reportage pionieristici dei fotografi orientalisti. Immagini dal sapore nostalgico, incentrate
sull’estetica dell’esotismo che, rinverdendosi in questa nuova veste, rievocano un racconto in parte insabbiato dal tempo.
Archeologa della memoria, ritorna a censire paesaggi africani dalla sopravvivenza incerta. Oasi in senso stretto del termine ma anche simbolica metafora di un vagheggiato eden agognato dall’immaginario collettivo. Spazi in cui il pensiero, purificandosi dal superfluo come in un ascetico eremitaggio, può riaccostarsi alle esigenze essenziali dello spirito.
Opere che, pur nascendo da esigenze ideologiche e strutturali differenti e marcando sentieri a volte divergenti, dinanzi alle voci dell’anima, evocate da entrambe, non possono che configurare all’unisono le due facce della stessa medaglia.
Lavoro a quattro mani. Questi due ritratti sono un continuo aggiungere ad un mosaico tessere che ricostruiscono la geografia del lavoro di due fotografe che, prima di essere tali, sono soprattutto donne. Due signore della fotografia che riescono con i loro scatti a gettare un ponte tra l’immagine come strumento per documentare e l’immagine per fare arte.
Il suono è uno solo. Uno solo è il colore.

Mariano Cipollini